Cannabis: la rivoluzione

Cannabis: la rivoluzione

Il medico era stato molto sincero con Hannah Deacon, madre di un bambino epilettico. Le aveva detto che non avrebbe mai ottenuto una prescrizione medica dal Servizio sanitario nazionale per un farmaco a base di tetraidrocannabinolo (thc), l’ingrediente psicoattivo contenuto nella cannabis.

Nemmeno il governo britannico è stato d’aiuto, dichiarando nel febbraio del 2018 che la cannabis non ha alcun valore medico. Era la stessa posizione espressa negli ultimi cinquant’anni, nonostante il paese coltivi ed esporti cannabis per uso medico.

Nel giro di pochi mesi però ha compiuto un’inversione a U, accettando l’idea che la cannabis sativa abbia anche usi medici. Otto mesi dopo il primo appello pubblico lanciato dalla signora Deacon, suo figlio Alfie ha potuto ottenere il farmaco a base di thc dal servizio sanitario nazionale.

Cambiamenti simili si stanno registrando in diversi paesi in tutto il mondo. Questo potrebbe lasciar presagire una più ampia legalizzazione. La storia suggerisce che la legalizzazione dell’uso della cannabis per scopi medici è spesso stata il preludio di un più generalizzato accesso a scopi ricreativi.

I trattati farmacologici hanno gravemente limitato la ricerca nel campo della cannabis

Gli esseri umani hanno sfruttato la cannabis sativa per millenni, e il suo uso medico può essere fatto risalire al 400 avanti Cristo. Come altre droghe ricreative, però, nella prima metà del ventesimo secolo ha cominciato a subire delle restrizioni. L’allarmismo dilagava. Una svolta è arrivata nel primo decennio del novecento, quando John Warnock, un medico britannico che viveva in Egitto, suggerì che la cannabis fosse responsabile di gran parte delle malattie mentali e dei reati nel paese.

Quando nel 1924 la Società delle Nazioni si riunì per discutere di narcotici quali l’oppio e l’eroina, le “prove” di Warnock sui pericoli della cannabis ebbero molta influenza. La sua metodologia però lasciava molti dubbi. I dati erano stati raccolti solo esaminando i pazienti in cura per l’infermità mentale. Inoltre, Warnock non parlava arabo e un fattore importante per stabilire se i pazienti avessero usato la cannabis era prendere nota del modo “sovreccitato” in cui negavano di averlo mai fatto.

La follia per lo spinello
Poi negli anni trenta gli Stati Uniti furono investiti da un’ondata di panico morale, quando la cannabis fu accusata di provocare violenze tra gli immigrati messicani e di corrompere i bambini americani. Quando nel 1961 venne istituito presso le Nazioni Unite il sistema internazionale di controllo sugli stupefacenti – la Convenzione unica sugli stupefacenti – l’uso della cannabis nella medicina tradizionale fu del tutto ignorato. Alla sostanza fu attribuito un limitato o inesistente uso terapeutico e fu trattata come una droga pericolosa che, come l’eroina, necessitava dei controlli più rigidi.

La pianta contiene delle sostanze chimiche chiamate cannabinoidi, simili a molecole prodotte dal corpo umano note come endocannabinoidi. Un’ampia rete di recettori nel cervello e nel corpo umano rispondono sia alle versioni di queste molecole contenute nella pianta sia a quelle prodotte dal corpo umano. Il sistema degli endocannabinoidi contribuisce alla regolazione di moltissime cose, dal dolore all’umore, dall’appetito allo stress, dal sonno alla memoria. Fino a oggi sono stati scoperti 144 cannabinoidi diversi nella cannabis sativa, per la maggior parte ancora poco compresi, e si continuano a scoprire nuove proprietà.

Il più noto è il thc, l’ingrediente che fa “sballare”, e il cannabidiolo (cbd), che non fa questo effetto ed è usato sempre più spesso come additivo alimentare. I trattati farmacologici hanno gravemente limitato la ricerca nel campo della cannabis. Nel corso degli anni, però, prove emerse da esperimenti clinici e da altri contesti hanno dimostrato la sua efficacia nella cura di un’ampia gamma di disturbi, dai dolori muscolari alla sclerosi multipla, dalla nausea provocata dalla chemioterapia all’epilessia farmacoresistente al dolore cronico negli adulti.

Utile sia nell’alleviare il dolore sia nel dare piacere, la cannabis è stata molto popolare nei decenni successivi alla Convenzione unica e ai successivi trattati per il controllo degli stupefacenti. È la droga illegale più coltivata e usata al mondo. Nel 2017 era prodotta in quasi ogni paese della Terra. Secondo le stime delle Nazioni Unite, i consumatori di cannabis in tutto il mondo sono 188 milioni (su un totale di 271 milioni di persone che assumono droghe illegali).

Rischi da conoscere
La cannabis non è del tutto esente da pericoli. Un’overdose è improbabile, se non impossibile, ma un consumatore su dieci sviluppa una dipendenza. E in dosi elevate, con varietà particolarmente forti o un consumo prolungato, c’è il rischio di psicosi. Negli adolescenti determina un rischio di ritardo nello sviluppo cerebrale. Tenuto conto, però, della quantità di cannabis fumata per fini ricreativi, è significativa la bassa incidenza di danni che provoca. Ormai più di 30 paesi hanno legalizzato la cannabis per uso medico. In Nordamerica e in America Latina, l’introduzione per uso medico di solito è stata seguita dall’accettazione anche per scopri ricreativi. Alcuni paesi europei hanno liberalizzato entrambi gli usi. La Germania, la Francia e il Regno Unito però si sono concentrati prodotto per uso medico.

Permettere l’uso della cannabis per scopi medici costringe i governi a creare delle strutture normative per controllare la fornitura legale ai pazienti. Una volta che questo è accaduto, sembra più facile per le società accettare l’idea dell’uso per scopi ricreativi. Quando la nonna comincia a fumare cannabis per l’artrite, la droga sfonda tra il grande pubblico.

Ci sono anche altri argomenti persuasivi a favore della piena legalizzazione, come le disparità razziali nei processi, i costi sociali e penali della criminalizzazione di tanti consumatori e i profitti e le tasse che potrebbero essere generati da un settore legalizzato. Tuttavia le sofferenze dei pazienti sembrano avere più peso da un punto di vista politico rispetto ad altre argomentazioni care ai sostenitori della liberalizzazione.

Perfino l’Organizzazione mondiale della sanità desidera per la cannabis un trattamento meno restrittivo

Negli Stati Uniti, 33 stati consentono il consumo della cannabis per scopi medici e 11 hanno legalizzato anche l’uso per scopi ricreativi. Al livello nazionale, la maggioranza della popolazione è a favore della legalizzazione federale. Entro il 2024 la cannabis per uso medico sarà legalizzata in tutti gli stati e l’uso per scopi ricreativi sarà consentito in almeno la metà. Lo prevedono la Arcview market research e la Bds analytics, aziende che monitorano il settore della cannabis. Con l’affievolirsi dell’opposizione, l’uso medico si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta l’America Latina, e oggi è disponibile in Argentina, in Colombia, in Messico, in Cile, in Perú, in Giamaica e in Uruguay.

Alcuni governi e alcune assicurazioni sanitarie coprono le prescrizioni di cannabis. Quasi 16mila pazienti tedeschi ricevono cannabis per uso medico, nella maggior parte dei casi per dolori cronici e invalidità, e alcuni perfino per disturbi dell’attenzione. Nel 2017 la principale compagnia assicurativa tedesca ha approvato i due terzi delle richieste e ha speso 2,7 milioni di dollari in cannabis. Quest’anno il parlamento europeo ha approvato un provvedimento (non vincolante) per migliorare l’accesso alla cannabis per uso medico. Perfino l’Organizzazione mondiale della sanità desidera per la cannabis un trattamento meno restrittivo che ne riconosca l’utilità medica e renda più facile la ricerca nel settore. La cosa più straordinaria di tutte è l’arrivo della cannabis per uso medico in paesi dove sembra altamente improbabile un allentamento delle leggi sugli stupefacenti, come la Corea del Sud, la Thailandia e lo Zimbabwe.

Tensione internazionale
Nei paesi che accettano l’uso per scopi medici, la facilità di accesso è variabile. I trattati internazionali sugli stupefacenti tecnicamente permettono il consumo di cannabis a scopi medici. Tuttavia l’organo tecnico delle Nazioni Unite che monitora il rispetto dei trattati sugli stupefacenti (Incb), nei suoi report continua a esprimere fastidio, sostenendo che i programmi per la cannabis a scopi medici sono mal regolamentati e consentono la dispersione della droga anche tra consumatori per scopi ricreativi.

L’Uruguay ha fatto da apripista legalizzando la cannabis nel 2013. A far aumentare la tensione internazionale sullo status legale della cannabis è stata tuttavia la riforma in Canada, un membro del G7, che nel 2018 ha legalizzato completamente la droga. Una decisione motivata in parte dall’idea che un commercio legale e regolamentato avrebbe limitato il mercato nero e protetto i giovani che la acquistavano per vie illegali. Secondo Martin Jelsma del Transnational institute, il cambiamento in Canada ha sollevato forti critiche all’interno delle Nazioni Unite. Il paese adesso è accusato di indebolire il sistema di controllo degli stupefacenti. Bill Blair, ministro responsabile della riduzione del crimine organizzato, ammette che il Canada sta violando le regole. “Ma”, afferma, “si tratta di un approccio di principio”.

Le posizioni riguardo a questa droga si stanno ammorbidendo un po’ in tutto il mondo. Molti paesi importanti però, in particolare la Russia e la Cina, continuano a opporsi implacabilmente alla riforma. L’assenza di un consenso globale impedisce la revisione dei trattati sulla droga. Anche le Nazioni Unite sono divise al loro interno. Il Consiglio sui diritti umani e il relatore speciale sugli omicidi extragiudiziali denunciano le violazioni dei diritti umani associate a politiche nazionali rigide per reprimere il consumo di droghe, e l’Organizzazione mondiale della sanità chiede un cambiamento dello status quo. Tuttavia, l’Incb e l’Ufficio per il controllo della droga e la prevenzione del crimine si oppongono al cambiamento.

Potrebbe essere vero che autorizzare la cannabis per uso medico di solito conduce a una più ampia liberalizzazione. Chi resiste però si ritrova a nuotare controcorrente. Il Messico probabilmente legalizzerà la droga quest’anno, il Lussemburgo seguirà subito dopo e potrebbe diventare il primo paese dell’Ue a legalizzare la cannabis per uso ricreativo, e la Nuova Zelanda sta progettando un referendum su questo argomento. È solo una questione di tempo, ma presto sarà messa in discussione la tenuta dei trattati internazionali sugli stupefacenti. Alcuni temono che il sistema legale internazionale in generale risulterà indebolito da quest’ondata di violazioni delle regole. Blair non è disposto ad assumersi la responsabilità di dare al Canada il compito di contribuire a risolvere il problema.

Ottawa potrebbe ritirarsi dalla convenzione. Il governo canadese tuttavia lo ha già escluso. Quando la Bolivia voleva legalizzare la masticazione delle foglie di coca, si è ritirata dalla convenzione e ci è rientrata con “riserva”. Una possibilità che seduce gli specialisti degli intrighi di politica internazionale è che il Canada e altri paesi che hanno infranto le regole diano via a un accordo inter se (tra loro) che gli darebbe la possibilità di modificare i provvedimenti del trattato sugli stupefacenti attualmente in vigore. Perché questa possa diventare davvero un’opzione, il Canada dovrà probabilmente aspettare che il club dei fuorilegge cresca ancora un po’.

Nel Regno Unito la cannabis per uso medico è legale ma è ancora difficile da ottenere senza una costosa prescrizione privata (il bambino Alfie è stato fortunato). Il dilemma è che la cannabis si trova nel bel mezzo di un’insolita terra di nessuno in campo medico: non è autorizzata per la gran parte degli usi per cui la gente la vuole e non è testata in base agli standard che i pazienti di solito si aspettano quando assumono un farmaco. Eppure, tanti paesi stanno facendo progressi. La Francia per esempio prosegue i test clinici su larga scala degli usi medici della cannabis.

L’ambiguo status legale della droga in campo medico proseguirà ancora per diversi anni. Una lunga storia di pregiudizi ha ostacolato la ricerca e ha privato milioni di pazienti dell’accesso a terapie che avrebbero potuto aiutarli. La creazione di medicine regolamentate e approvate dovrebbe compiere dei passi in avanti, ma è solo l’inizio. Paradossalmente, potrebbe accadere che solo con la legalizzazione della cannabis anche per uso ricreativo riusciremo ad avere un quadro completo dei benefici offerti dalla droga e dei rischi che comporta.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Fonte: internazionale.it

Cannabis: tutto il governo è favorevole alla legalizzazione

Cannabis: tutto il governo è favorevole alla legalizzazione

Per la prima volta in Italia da quando si è iniziato a parlare di legalizzazione, ci sarebbe una maggioranza che potrebbe davvero approvarla. In poco più di un anno di governo giallo verde, il leitmotive del M5S in tema cannabis era il fatto che le istanze per la legalizzazione non si potevano portare avanti in maniera troppo convinta per evitare di irretire l’alleato di governo. Nonostante la vocazione da sempre mostrata del movimento fosse quella di regolamentare il mercato – un tema che sicuramente ha portato parecchi voti alle ultime politiche – per la cannabis, sull’agenda di governo, non c’è mai stato spazio. Anzi. Il tema è stato monopolizzato dalla Lega in senso opposto con il ministro Fontana, delegato alle politiche antidroga, che manifestava la volontà di tornare alla tolleranza zero e alla guerra alla droga di nixoniana memoria, e con Salvini che era andato oltre dichiarando guerra alla cannabis light e alle centinaia di commercianti che la vendono nei propri negozi, mentre i 5 Stelle non preferivano verbo e qualche parlamentare, su iniziativa individuale, proponeva leggi senza che venissero calendarizzate.

 

Oggi è cambiato tutto. E in maniera tanto radicale da far gridare agli eredi di Pannella, che sulla cannabis ha sempre battagliato esponendosi in prima persona, che oggi, per l’Italia, si prospetta un’occasione da non perdere. “Ora che il governo Conte bis è finalmente nato chiediamo al Presidente del Consiglio, a tutti i ministri e ai parlamentari di non lasciarsi sfuggire questa incredibile occasione!”, hanno scritto i Radicali ricordando che: “Soltanto con la legalizzazione della cannabis potremo liberare il sistema giudiziario, colpire duramente le mafie e portare tanti soldi nelle casse dello Stato”. Ecco perché chiedono a chiunque sia a favore di firmare l’appello lanciato a inizio del 2019, in cui ricordavano la legge di iniziativa popolare per la quale sono state raccolte oltre 68mila firme consegnate alla Camera dei deputati l’11 novembre del 2016.

 

Un appello che nasce dal fatto che tutte le forze politiche che compongono il Conte bis, sono infatti favorevoli alla legalizzazione. E non solo sulla carta, visto che oggi ci sono ben 7 proposte di legge che a vario titolo normerebbero il settore della cannabis ricreativa, già depositate in Parlamento, oltre a quella di iniziativa popolare. 3 fanno capo proprio ai 5 stelle, altrettante al PD e una invece proviene dalle file di LEU. In più potrebbe esserci anche il sostegno di Più Europa, che non ha mai fatto mistero di essere d’accordo.

 

Dunque oggi, tolta la maschera dell’ipocrisia, la questione è solo una: la volontà politica. Le leggi sono già depositate e i voti ci sarebbero. Non solo, perché in un momento disastrato per la nostra economia e con la manovra finanziaria che si prospetta all’orizzonte, potrebbe essere un modo semplice e diretto per reperire risorse, rimettere in moto circoli economici virtuosi e dare contemporaneamente un bel colpo alla criminalità organizzata. Sarà la volta buona?

 

Lo sperano gli antiproibizionisti e anche tutte quelle persone che, a vario titolo, sono attente a questo nuovo settore che, nelle sue ramificazioni, si sta rivelando strategico a livello mondiale. Non solo per risanare economie disastrate nel segno dell’ambiente, ma per far tornare la cannabis ed essere considerata per quello che è: una risorsa imprescindibile per le sfide che qualsiasi governo si troverà a fronteggiare e che tocca temi che vanno dalla criminalità organizzata al contrasto dei cambiamenti climatici, senza dimenticarsi dei diritto sacrosanto dei milioni di consumatori di cannabis italiani di utilizzare il fiore più bistrattato della storia nella maniera che ritengono più opportuna. Tenendo ben presente una cosa: legalizzare la cannabis sarebbe una buona notizia per tutto il paese, non solo per chi ne fa uso.

Fonte: fanpage.it

Epidiolex: approvato in Europa il primo farmaco a base di cannabis

Epidiolex: approvato in Europa il primo farmaco a base di cannabis

L’Unione europea ha approvato per la prima volta un farmaco a base di cannabis: l’Epidiolex, indicato per  il trattamento di forme rare ma gravi di epilessia. Lanciato sul mercato USA nel 2018, oggi dunque potrà essere prescritto e anche in Europa (e in Italia), se i medici ritengono che aiuterà i malati. L’Epidiolex si presenta in forma liquida da assumere per bocca, come fosse uno sciroppo; contiene CBD purificato ed è privo di THC.

È stato testato in forme pediatriche di epilessia che non rispondono ai trattamenti tradizionali come la sindrome di Dravet e quella di Tourette, condizioni difficili da trattare che possono causare convulsioni multiple al giorno. Il farmaco, sviluppato da GW Pharmaceuticals, verrà utilizzato in combinazione con un altro farmaco per l’epilessia: il clobazam. In base alla normativa offlabel (L. 94/98), inoltre, il farmaco potrà essere utilizzato anche al di fuori delle indicazioni terapeutiche autorizzate se ne ricorrono le condizioni.

I suoi effetti positivi sulle due forme severe di epilessia, riporta Fanpage, sono stati raccontati da diversi studi clinici. L’ultimo è stato uno studio a lungo termine, condotto su 366 pazienti che sono stati seguiti per almeno 38 settimane ricevendo il farmaco con una dose di da 2,5 a 20 mg per chilogrammo di peso, al giorno, diminuendo o aumentando il dosaggio fino a 30 mg.

Secondo i risultati del lavoro pubblicato su Epilepsia, “La riduzione media nella frequenza delle crisi epilettiche variava dal 48% al 60%” e inoltre: “L’88% dei pazienti ha riportato un miglioramento delle condizioni generali secondo la scala Global Impression of Change”.

“Questo nuovo farmaco porterà speranza in alcune famiglie e l’approvazione dell’Ue sembra un paesso positivo. La cannabis terapeutica, tuttavia, rimane ancora un campo minato medico con molti ostacoli davanti”, ha commentato Ley Sander, direttore medico della Epilessia Society e professore di neurologia allo University College di Londra.

Intanto anche in Italia questo tipo di cure è già una realtà, ad esempio presso l’ospedale Gaslini di Genova, dove decine di bambini vengono trattati con CBD o con cannabis ad alto contenuto di questo cannabionide come la FM2, la cannabis prodotta presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, o le varietà Bediol e Bedrolite che importiamo dai Paesi Bassi.

Resta da capire se il costo del farmaco sarà coperto dal Sistema sanitario nazionale: secondo la previsione fatta dalla CNN durante il lancio del prodotto in USA, utilizzare l’Epidiolex potrebbe costare ai pazienti la cifra di 32.500 dollari all’anno. Un costo spropositato, ma che secondo l’azienda è in linea con i trattamenti tradizionali ad oggi in uso per queste patologie.

Quali sono i principali effetti collaterali dell’ Epidiolex? Stando alle indicazioni della ditta produttrice, i principali effetti collaterali principali sono: diarrea, debolezza, diminuzione dell’appetito, sonnolenza/stanchezza, eruzioni cutane, sonno disturbato (all’inizio del trattamento).

Fonte: www.agi.it

Cannabis Light: sms ai tabaccai

Cannabis Light: sms ai tabaccai

“Attenzione! Canapa legale – stop alla vendita di infiorescenze, oli e resine – Controlli di Agenzia dogane e monopoli in corso – sanzioni penali per i trasgressori” è con questo messaggio che i tabaccai trentini sono stati svegliati questa mattina. Ma stando alle prime informazioni sms analoghi sarebbero stati inviati a diversi esercenti di varie zone d’Italia.

Peccato però che non ci sia nessuno riscontro ufficiale a queste informazioni, che come c’era da immaginarsi hanno mandato in fibrillazione i tabacca trentini.

La cosa ancora più strana è che questo messaggio, spedito tramite sms, sia stato inviato direttamente dalla Federazione italiana tabaccai a tutti gli esercenti trentini.

Ma facciamo un passo indietro perché la vendita dei prodotti derivati dalla così detta cannabis light è stata oggetto di ampio dibattito, anche nel recente passato, fino a sbarcare nelle aule di tribunale.

A luglio di quest’anno aveva fatto molto scalpore la sentenza della Cassazione che aveva di fatto vietato la vendita della maggior parte dei prodotti derivati dalla cannabis come foglie, inflorescenze, olio, resina, fatta eccezione per alimenti, carburanti, cosmetici e altri lavorati per forniture industriali.

Sulla scia di questa sentenza era intervenuto anche l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini che tuonava: “Farò la guerra ai negozi di cannabis light. Uno a uno, li chiuderò tutti”.

Ministro e Cassazione però vennero smentiti nel giro di un mese dai giudici chiamati in causa dai ricorsi presentati dai titolari dei negozi e dai produttori.

Infatti nella stessa sentenza della Cassazione, pronunciata a luglio, è contenuto un passaggio fondamentale laddove si vieta “la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

In mancanza di leggi chiare (e in forza delle decisioni dei vari tribunali che nel tempo si sono espressi al riguardo) al momento la cannabis si considera light se il Thc è al di sotto della soglia di 0,5%. Ecco quindi che dopo i primi sequestri effettuati dalla polizia i negozianti non hanno fatto altro che chiedere di controllare il contenuto di Thc, cioè l’elemento “drogante”, e una volta scoperto che questo era effettivamente sotto le soglie di legge negozi e prodotti erano stati dissequestrati.

Ora però, dopo l’allarme lanciato tramite sms dalla Federazione italiana tabaccai, esercenti e produttori sono tornati in fibrillazione: “In questo modo ci provocano un danno enorme, oggi ho passato la mattinata a rispondere a tabaccai preoccupati – spiega Andrea Cavattoni produttore che ha dato vita all’azienda azienda Cime di Montagna – ma i nostri prodotti sono sottoposti a rigorosi controlli e il principio attivo non supera lo 0,2%”.

Cavattoni racconta anche di aver cercato di contattare sia Agenzia dogane e monopoli, l’ente preposta ai controlli, che la Federazione dei tabaccai senza però riuscire a ottenere delle risposte chiare.

Per la verità la Federazione in più di un’occasione aveva espresso dubbi sull’opportunità della messa in commercio dei derivati della cannabis e dopo la prima sentenza della Cassazione in un comunicato scriveva: “Come tabaccai e concessionari dello Stato non possiamo che attenerci a quanto la Cassazione ha affermato, non ultimo per le possibili implicazioni penali che ne derivano e, pertanto, ribadiamo la necessità che in tabaccheria sia sospesa la vendita di questi prodotti”.

Dopo alcune verifiche, in realtà, parrebbe che l’Agenzia dogane e monopoli continuerà con i normali controlli senza che siano in previsioni stravolgimenti normativi.

Ciò significa che sarà possibile che la guardia di finanza si presenti dagli esercenti che commercializzano derivati della cannabis per effettuare dei controlli di routine, con lo scopo di verificare che il principio attivo non superi lo 0,5%, ma se tutto risulterà in regola non si incorrerà in alcuna sanzione, inoltre, come già specificato, non sono in corso controlli straordinari.

Resta da capire dunque di quali informazioni sia in possesso la Federazione italiana tabaccai per ritenere opportuno allarmare i suoi esercenti, senza che però che ci siano state novità in campo legislativo o in quello giurisprudenziale.

Fonte: www.ildolomiti.it

Milano: incendio in una ditta di cannabis light

Milano: incendio in una ditta di cannabis light

Il terribile incendio scoppiato, venerdì, nella ditta che lavora cannabis light a Trezzano sul Naviglio (Milano) sarebbe stato alimentato dall’uso di butano all’interno. I vigili del fuoco, dopo aver domato le fiamme, infatti, hanno trovato un enorme quantità di bombolette spray di quel gas, che viene di solito usato per l’estrazione di olio di cannabis. L’azienda è in regola con i permessi, ma ora si indaga per capire se fosse usata come “raffineria“. Il butano è la sostanza che viene usata negli accendini ed è usata per estrarre l’olio di cannabis light, che viene commercializzato nei punti vendita e presso i tabaccai. Ma grazie al gas può essere estratto anche il Bho, un estratto di cannabis concentrato che può arrivare a livelli di Thc superiori all’80%. A rimanere coinvolti nell’incendio due fratelli giovanissimi proprietari della fabbrica: 20 e 26 anni, Sergio e Giuseppe Palumbo, che lavoravano all’interno; il più anziano figura come titolare legale e ha avuto in passato guai con lo spaccio.
I due hanno anche cercato di spegnere le fiamme con una estintore, senza riuscirci: quando il fuoco ha raggiunto i loro vestiti hanno dovuto allontanarsi e uscire. Nel frattempo però le fiamme li avevano avvolti completamente: sembravano “torce umane“, hanno raccontato alcuni testimoni. Più grave il 26enne che ha riportato ustioni di terzo grado su tutto il corpo ed è stato soccorso dal 118 con un elicottero, per poi essere portato all’ospedale San Gerardo di Monza in codice rosso. Ustioni di secondo grado e una frattura del femore per il fratello più giovane, che si trova invece al Niguarda. Leggermente ferito anche un operaio, amico dei due, che si trovava nella ditta al momento dell’incendio: si tratta di un 66enne, che non ha mai avuto problemi con la giustizia ma è imparentato con un clan calabrese operante negli anni 80 e 90 nel businnes dello spaccio della cocaina e dei sequestri di persona.

Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/incendio-in-una-ditta-di-cannabis-light-ipotesi-di-lavorazioni-illegali-all-interno_3233126-201902a.shtml