Uso di cannabis e depressione: una «relazione pericolosa»

Uso di cannabis e depressione: una «relazione pericolosa»

L’’utilizzo assiduo di cannabis continua ad aumentare fra chi ha disturbi dell’umore

Tanti credono che la cannabis faccia bene all’umore, favorisca il relax, sia utile in generale per il benessere mentale. È falso e per esempio può peggiorare i sintomi della depressione, che invece è una fra le condizioni più spesso associate alla scelta di consumarla. Al punto che oggi c’è una gran quantità di depressi che non disdegnano uno spinello, almeno negli Stati Uniti: lo segnala una ricerca pubblicata su JAMA Network Open secondo cui fra i pazienti con depressione il tasso di utilizzo di prodotti derivati dalla cannabis negli ultimi anni si è letteralmente impennato.

Effetti collaterali

Stando agli autori, la prevalenza dell’utilizzo della cannabis è costantemente aumentata negli ultimi due decenni, del 98 per cento nel caso dell’uso sporadico almeno una volta al mese e del 40 per cento quello quotidiano: un dato che preoccupa perché questa sostanza può avere effetti collaterali consistenti e, per esempio, peggiorare i sintomi della depressione. Proprio questi pazienti però sono i più attratti dal consumo: «Il 50 per cento pensa che sia utile contro i disturbi dell’umore e l’ansia, appena il 15 per cento ha idea dei possibili rischi», dice Deborah Hasin, la psichiatra della Columbia University di New York che ha coordinato l’indagine. «Così, circa un paziente su quattro riferisce di averla provata come auto-medicazione».

Errore di valutazione

La Hasin ha cercato di capire se la «moda» dell’uso da parte dei pazienti con depressione stia crescendo e per farlo ha valutato oltre 16mila persone, con e senza disturbo dell’umore, nei dieci anni dal 2005 al 2016. Uso molto aumentato I dati raccolti mostrano che siamo di fronte a una sorta di boom: la probabilità che una persona con depressione abbia consumato cannabis nel corso dell’ultimo mese è raddoppiata dal 2005, quella di un utilizzo giornaliero è addirittura triplicata. «Una tendenza che medici e psichiatri devono conoscere, visti i possibili rischi: servirebbero per esempio campagne informative per spiegare come e quanto la cannabis possa peggiorare il benessere mentale», sottolinea Hasin.

Errori di valutazione

Una necessità condivisa da Patrizia Hrelia, già presidente della Società Italiana di Tossicologia e membro del direttivo della Società Italiana di Farmacologia: «La cannabis è percepita come una fra le droghe meno pericolose, ma non è affatto così. Conosciamo meglio gli effetti collaterali dell’abuso, ma pian piano si stanno accumulando anche dati sull’uso terapeutico e della cannabis light e, anche in questi casi i dosaggi possono diventare eccessivi: se una persona fuma dieci volte al giorno, si può arrivare a dosi consistenti anche con un prodotto a bassa concentrazione di tetraidrocannabinolo (il composto con effetti psicotropi che nella cannabis light deve essere inferiore allo 0,2 per cento, con una tolleranza che arriva al massimo allo 0,5, ndr)».

Rischi maggiori sotto i vent’anni

La cannabis come rilassante insomma non è una buona idea, soprattutto nei giovani come puntualizza Hrelia: «Al di sotto dei vent’anni si è in una fascia di vulnerabilità estrema ai danni cerebrali da cannabis: è stato dimostrato che l’impiego assiduo porta a un deterioramento della sostanza bianca in regioni che sono sede del ragionamento e delle capacità decisionali, arrivando fino a una riduzione sensibile del quoziente d’intelligenza. L’uso frequente della cannabis lascia per così dire una sorta di impronta’ sul cervello dei giovani», conclude l’esperta.

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Maggiore chiarezza sui semi e la coltivazione di cannabis

Maggiore chiarezza sui semi e la coltivazione di cannabis

Non c’è ancora grande chiarezza in Italia a proposito della coltivazione della cannabis a casa o comunque in un ambiente domestico

Non c’è ancora grande chiarezza in Italia a proposito della coltivazione della cannabis a casa o comunque in un ambiente domestico. Per questo motivo, i semi che si trovano in commercio nei negozi specializzati e sulle piattaforme online sono al momento venduti esclusivamente come semi da collezione. Essi forniscono una vasta gamma di strain e varie tipologie come ad esempio i semi di cannabis femminizzati o autofiorenti.

Le ragioni di questa confusione sull’argomento sono da ricercare sia in un generale stigma della pianta di cannabis, che si è protratta a lungo a partire dal periodo del proibizionismo degli anni ’30, ma soprattutto a causa del fatto che il legislatore italiano, e se è per questo neanche quello europeo, non si è occupato direttamente della questione. La giurisprudenza ha quindi cercato di colmare questa lacuna normativa, ma gli orientamenti della Corte di Cassazione che si sono susseguiti nel tempo sono stati altalenanti e quindi dubbi rimangono sulla possibilità o meno della coltivazione domestica di piante di cannabis.

– I motivi delle incertezze

Andando ad analizzare più nello specifico il primo punto, si sottolinea come la collocazione della marijuana e di tutte le sostanze che la compongono tra le sostanze stupefacenti non aveva permesso di apprezzarne le proprietà. Una volta che questo atteggiamento si è allentato, gli studi hanno mostrato come questa pianta invece potesse avere svariati utilizzi tra cui la bonifica dei terreni, usi terapeutici, la costruzione di biomateriali molto resistenti in ambito edilizio e anche per tessuti; inoltre alcuni semi di canapa e l’olio che se ne può derivare sono utilizzati per uso alimentare, perché si sono dimostrati fonte di numerose proprietà nutritive e benefiche molto importanti.

Di pari passo con queste scoperte scientifiche, sono state emanate delle leggi e direttive su questo tema, che però si sono concentrate prevalentemente sulla coltivazione a uso industriale delle piante di cannabis, per la produzione dei prodotti a base di questa specie vegetale ammessi dagli ordinamenti. In particolare, in Italia sono permesse le colture di marijuana anche senza autorizzazione quando la concentrazione di THC nelle infiorescenze sia minore dello 0,2%. Un regime di tolleranza si ha fino allo 0,6%, per il quale il breeder potrebbe semplicemente essere sottoposto a sanzione amministrativa e non penale.

Come anticipato, niente si dice a proposito della coltivazione domestica. È stata allora la giurisprudenza ad occuparsi della materia: per lungo tempo essa è stata considerata illegale tout court, nel senso che il giudice di Cassazione ha rilevato che, quando l’intento sia la protezione della salute e della sicurezza pubbliche, coltivare marijuana in casa non poteva che essere bandita. Difatti, non vi poteva essere certezza che il breeder non intendesse vendere il raccolto e, quindi, integrare quei reati che vietano lo spaccio. Per evitare questo pericolo, solo il fatto che si avesse in casa un arbusto che corrispondesse a quella specie vegetale comportava delle sanzioni, anche gravi.

Nella sentenza del 4 dicembre del 2019 si legge una cosa molto diversa, con una sentenza in cui i giudici vanno ad elaborare logicamente lo stesso punto di partenza delle precedenti decisioni della Corte (da ultimo del maggio dello stesso anno), cioè la salute pubblica e la sicurezza dei cittadini rispetto alla condotta di coltivazione di cannabis, ma giungendo a un risultato completamente diverso.

Quello che la Cassazione a Sezioni Unite sostanzialmente dice è: se i valori che vogliamo proteggere sono quelli sopra descritti, la condotta di chi fa crescere delle piante di marijuana in casa deve concretamente essere potenzialmente lesiva di questi diritti elevati a inderogabili dalla nostra Costituzione. Per questo nella sentenza si illustrano tutta una serie di criteri che possano far presumere che la coltivazione della pianta sia a mero uso personale, che la Corte considera lecita, salva, ovviamente la prova contraria. In particolare, gli ermellini fanno riferimento al numero esiguo di piante e quindi del prodotto che se ne potrebbe trarre, l’attrezzatura non professionale e simili. A chiusura lascia uno spazio aperto per dimostrare che invece la coltivazione è volta allo spaccio, affermando che tutte queste circostanze sono rilevanti per giudicare positivamente la condotta del breeder che può essere considerata legale, “a meno che da altri indizi non si possa desumere il contrario”.

– Un nuovo mercato?

Dalle recenti aperture sia in materia di uso personale di cannabis che quella giurisprudenziale per la coltivazione della pianta in ambito domestico, si prospetta la possibile apertura di un nuovo mercato. Qualora, infatti, l’orientamento della Corte di Cassazione fosse confermato anche da una legge, che ne regolasse anche le condizioni di liceità, potrebbe essere permessa la vendita di semi non solo ad uso collezionistico, come quelli di SensorySeeds.it, ma anche per la coltivazione per uso personale.

Si tratterebbe di un altro passo verso una legalizzazione almeno parziale, che viene richiesta in quasi tutto il mondo e che, pian piano si sta affermando. Esempi di lotta in questo senso è sicuramente il Canada, che ha combattuto strenuamente per questo diritto con ottimi risultati e, ovviamente, l’Olanda dove questa libertà ha permesso di convogliare i guadagni di un mercato illegale nelle casse dello Stato e degli imprenditori, contribuendo a una maggiore ricchezza complessiva e alla lotta contro pratiche di spaccio illecite. Aspettiamo il verdetto del legislatore italiano.

Canada: il successo della legalizzazione della cannabis

Canada: il successo della legalizzazione della cannabis

 Canada ha ancora molta strada da fare per garantire il successo della legalizzazione della cannabis

 

Un think tank britannico molto apprezzato focalizzato sulla riforma delle leggi sulla droga ritiene che la legalizzazione e la regolamentazione canadese della cannabis siano andate bene. Secondo  ha seguito gli sforzi di riforma canadesi da qualche tempo e ha informato il governo canadese e alcune province su come sviluppare le normative prima della legalizzazione. Le sue opinioni positive sulle iniziative del Canada sono un contributo significativo nel valutare il nostro viaggio lontano dalla criminalizzazione del semplice possesso e dell’uso di droghe ricreative.

Ci sono stati numerosi sforzi per valutare il nostro primo anno di legalizzazione e oltre. Non tutti sono stati positivi come le valutazioni di Transform.

Il bilancio fatto dal think tank è sofisticata ma fornisce anche un primer delle esperienze del Canada con la cannabis legale, la cui fornitura è stata considerata un servizio essenziale in Ontario durante i primi giorni della pandemia di COVID-19.

Trasforma gli approfondimenti sulla valutazione in concetti fondamentali: crescita, elaborazione e produzione. I diversi modi in cui il farmaco viene venduto ai consumatori nelle province e nei territori è sintetizzato in modo succinto e chiaro.

Il rapporto affronta anche questioni controverse, tra cui la guida compromessa, la protezione dei giovani e il confronto con il mercato illecito. Diamo un’occhiata alle questioni di giustizia sociale implicate nel passaggio dalla criminalizzazione.

Quando fu chiaro che il cambiamento sarebbe avvenuto e che sarebbe stata emanata la necessaria legislazione federale e provinciale / territoriale, le questioni che interessavano i gruppi emarginati vennero alla ribalta. Transform ha esaminato l’incapacità dei governi di affrontarli adeguatamente.

La prima questione riguarda le misure di equità sociale. Le iniziative proposte mirano a compensare, in una certa misura, i danni subiti dai membri dei gruppi a causa della criminalizzazione e delle misure esecutive e le sanzioni che li hanno colpiti in modo sproporzionato.

Il rapporto sottolinea inoltre che le comunità indigene hanno la possibilità di rifiutare la vendita di cannabis sulle riserve e afferma che non vi è stato uno sforzo sufficiente per includere le popolazioni indigene come partecipanti all’industria della cannabis nell’ambito di iniziative di miglioramento economico.

Più in generale, il rapporto documenta gli sforzi negli Stati americani in cui la cannabis è legale per offrire ai gruppi minoritari, comprese le comunità indigene, opportunità di partecipare all’industria.

È discutibile se tali iniziative siano la migliore e unica strada da percorrere. Alcuni che sono stati influenzati negativamente da pratiche discriminatorie nell’applicazione delle leggi sulle droghe potrebbero non voler essere coinvolti nell’industria della cannabis ora come parte delle misure di equità sociale.

Potrebbero esserci altri modi per sostenere le persone colpite da pratiche discriminatorie. Ad esempio, un fondo istituito da una parte delle entrate fiscali dell’industria della cannabis potrebbe fornire sovvenzioni a candidati qualificati per un’ampia varietà di opportunità. In ogni caso, questi problemi di equità sociale non dovrebbero più essere ignorati.

Transform ha anche sollevato la necessità di amnistia per i condannati per possesso e uso semplici quando la cannabis era illegale.

I casellari giudiziari inseguono questi individui, incidendo su qualsiasi cosa, dalle opportunità di lavoro ai viaggi all’estero.

Il Canada ha messo in atto programmi speciali per grazie per reati correlati in combinato disposto con la riforma delle leggi sulla cannabis. Ma questi cambiamenti si sono rivelati inadeguati a causa dei costi e di altre barriere, e perché le convinzioni persistono e non possono essere negate dagli individui interessati quando vengono interrogate.

Ci sono state pochissime applicazioni in questo processo. Invece, come sottolinea Transform, è necessaria l’amnistia che costringe i governi a cancellare le convinzioni o, almeno, a sigillare i documenti pertinenti. Tali iniziative sono in corso in alcuni stati degli Stati Uniti, in particolare in California.

Nel complesso, Transform elogia gli sforzi canadesi di riforma. Altri non sono stati così gentili. Prendi, ad esempio, un articolo di The Guardian di aprile intitolato minacciosamente: “Come è andata così male?”

La storia ha documentato le legittime carenze relative all’accesso al mercato legale (ad esempio, non abbastanza punti vendita al dettaglio, specialmente in Ontario), la lotta per eliminare il mercato illecito e i problemi incontrati dall’industria della cannabis per generare profitti. Caratterizza la legalizzazione canadese come “guidata dal capitalismo dell’avvoltoio e dal pio desiderio” in un “mix di avidità e ingenuità”.

Il Canada ha ancora molta strada da fare per garantire il successo della legalizzazione della cannabis.

Ma il danno causato dalla criminalizzazione dell’uso di altre droghe è una storia diversa. Questo mese i capi di polizia canadesi hanno approvato la depenalizzazione dell’uso personale e del possesso di tutte le droghe. Si sta aprendo un altro capitolo?

Verso la legalizzazione della cannabis in Nepal

Verso la legalizzazione della cannabis in Nepal

Quasi 50 anni dopo che la pressione del governo americano ha costretto il Nepal a mettere fuorilegge la coltivazione e il consumo di cannabis, il paese himalayano sta cercando di tornare indietro per un tornaconto economico che potrebbe anche avere applicazioni medicinali per combattere il COVID-19.
La pandemia si stava già diffondendo a marzo quando l’ex ministro della Gustizia Sher Bahadur Tamang del Partito comunista nepalese (PCN) ha presentato un disegno di legge in Parlamento per ribaltare una legge del 1976 che criminalizzava la coltivazione, la vendita e il consumo di cannabis.
“Il disegno di legge è pensato per il sostegno economico agli agricoltori che dipendono dai raccolti di cannabis”, afferma Tamang. “Finora abbiamo ricevuto una risposta molto positiva dai colleghi deputati e sono sicuro che non ci sarà un solo voto contrario”.
Il disegno di legge di Tamang propone la formazione di un Consiglio per la marijuana di 14 membri presieduto dal segretario del Ministero della Salute che regolerà la coltivazione di cannabis, il suo commercio e la vendita. Le persone di età superiore ai 18 anni, per coltivare cannabis, potranno richiedere una licenza annuale al governo locale o al loro distretto.
La pianta di cannabis indìca cresce spontanea in Nepal, e prospera soprattutto nelle montagne occidentali dove lo stelo, le foglie, la resina e l’olio sono usati a livello domestico per scopi medicinali o anche per essere vendute.

La vendita aperta di marijuana a Kathmandu negli anni ’60 fu ciò che attirò gli hippy in Nepal, e mentre la controcultura e il movimento contro la guerra del Vietnam crescevano, il presidente Richard Nixon la considerava una minaccia alla sicurezza.
“Il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è l’abuso di droghe”, disse e promise di condurre un “attacco offensivo mondiale contro le fonti di approvvigionamento e gli americani di stanza all’estero, ovunque si trovino nel mondo”.
Kathmandu era diventata un paradiso per i “peaceniks” contro la guerra, i dodge dodger e i veterani del Vietnam. Alcuni documenti sonori della Casa Bianca dei primi anni ’70 del secolo scorso riportano il Segretario di Stato Henry Kissinger che avverte Nixon: “Vengono dal Nepal per manifestare contro di te perché lassù possono ottenere una canna gratuitamente … o almeno è legale.”

La messa al bando della cannabis ha spinto la coltivazione e l’uso di questi importanti raccolti nella clandestinità, nelle mani di criminali organizzati con protezioni di polizia e politica. Gli agricoltori molto poveri del Nepal diventarono ancora più pover e potrebbero persino aver scatenato la rivoluzione maoista degli anni successivi.

Gli attivisti a Kathmandu ora non vedono alcun motivo per cui il Nepal dovrebbe mantenere il divieto quando gli americani che costrinsero il Nepal hanno legalizzato in 25 stati per scopi medici e commerciali.

La pandemia COVID-19 ha aggiunto un altro motivo per revocare il divietoUno studio canadese condotto ad aprile ha stabilito che le sostanze chimiche presenti nella pianta di Cannabis sativa potrebbero impedire a SARS-CoV-2 di entrare nel corpo di una persona.
I ricercatori dell’Università del Nebraska e del Texas Biomedical Research Institute hanno anche pubblicato un documento che descrive in dettaglio le proprietà antinfiammatorie dei componenti chimici nella pianta di cannabis che potrebbero essere utili nel trattamento dell’infiammazione polmonare nei pazienti COVID-19.
In Israele, sono in corso studi clinici per utilizzare il cannabidiolo derivato dalla cannabis (CBD, il componente non psicoattivo nella pianta) per curare l’infiammazione nei pazienti COVID-19. Una start-up israeliana recentemente ha affermato che la cannabis potrebbe migliorare la terapia steroidea nei pazienti autoimmuni COVID-19.

“La cannabis ha un effetto rinfrescante ed è stata utilizzata nella medicina tradizionale per ridurre la febbre. Non sorprende che ciò sia in linea con le recenti scoperte”, afferma l’attivista della legalizzazione Rajiv Kafle. “Sono fermamente convinto che l’uso di sostanze chimiche nella pianta di cannabis possa portarci al trattamento COVID-19”.
Sebbene questi siano risultati preliminari, hanno aggiunto un senso di urgenza all’attivismo pro-cannabis in Nepal, e se la legge sulla coltivazione della cannabis di Tamang sarà approvata dal Parlamento, gli agricoltori nepalesi potrebbero trarne beneficio.

Il disegno di legge vieta agli agricoltori di coltivare solo cannabis nella loro terra. e propone che gli agricoltori con più terra possano utilizzare una porzione minore per la coltivazione di cannabis. La legge permetterà agli agricoltori di vendere marijuana direttamente alle persone con prescrizione medica, a società farmaceutiche approvate dal Consiglio e ad agenti autorizzati per l’esportazione.
Spiega Tamang: “Data la domanda internazionale di marijuana di buona qualità per uso medicinale, gli agricoltori qui possono facilmente guadagnare fino a Rs2 milioni all’anno coltivandola oltre alla canapa e ad altre colture. Ridurrebbe le migrazioni esterne, ridurrebbe la povertà e incoraggerebbe il turismo”.

Non tutti sono contenti del disegno di legge per legalizzare la cannabis. I critici affermano che prende la via più semplice, concentrandosi esclusivamente sulla vendita di cannabis esportando i prodotti grezzi senza valutare l’uso domestico nella medicina tradizionale. E sostengono che ignori anche il potenziale del Nepal nello sviluppo di sottoprodotti come la fibra di canapa.

“Il disegno di legge attualmente è concentrato nel controllo della marijuana e nel ricavarne denaro. Questo di fatto rafforza la paura associata al fumo di erba”, afferma Saurav Dhakal del gruppo di agricoltura sostenibile, Green Growth“Dovremmo studiare varie varietà di cannabis trovate in Nepal e sviluppare la nostra capacità di prodotti a valore aggiunto perché la marijuana grezza non ci dà alcun vantaggio competitivo”.
C’è anche una netta mancanza di consapevolezza delle differenze tra canapa e marijuana. In effetti, il dibattito sulla legalizzazione della cannabis ha ampiamente oscurato il potenziale della canapa, la fibra naturale più forte al mondo.

La canapa è una sottospecie di cannabis e contiene 0,3% o meno di tetraidrocannabinolo (THC), il composto psicoattivo presente in natura che conferisce alla cannabis le sue proprietà narcotiche. È usato nel settore tessile, cosmetico, alimentare e delle bevande e persino nelle costruzioni. Allo stato naturale, la pianta di canapa ripristina la fertilità del suolo e assorbe quattro volte più anidride carbonica rispetto agli alberi adulti.
La marijuana è anche una sottospecie di cannabis ma contiene fino al 30% di THC ed è utilizzata per il fumo ricreativo. È nota per avere un effetto terapeutico per oltre 100 malattie.
“È molto importante distinguere tra canapa e marijuana, ma la legge proposta non lo fa in termini precisi”, afferma il consulente di cannabis Ravi Pradhan“Dovremmo rendere legale la canapa per coltivazione, consumo e vendita. Per quanto riguarda la marijuana, nutriamo ancora false percezioni di 50 anni fa. Il Nepal potrebbe beneficiare molto di più dalla legalizzazione sia della marijuana che della canapa”.

La marijuana medica rappresenta ora il 71% del mercato globale della marijuana legale, che entro il 2027 avrà un valore di 76 miliardi di dollari all’anno, e gli attivisti affermano che il Nepal può essere una delle principali fonti di queste colture.

Nonostante le sue riserve, Saurav Dhakal ammette che il disegno di legge è un passo avanti“La buona notizia è che abbiamo un disegno di legge in Parlamento, le persone finalmente ci ascoltano e discutono della cannabis come una coltura benefica piuttosto che una droga. Ma dobbiamo assicurarci che la legalizzazione della cannabis vada a beneficio dei nepalesi più bisognosi”.

È noto che la marijuana ha effetti terapeutici in oltre 100 malattie che vanno dal cancro e dall’HIV / AIDS al disturbo bipolare e alle lesioni del midollo spinale. Il suo possibile utilizzo nel trattamento dei pazienti COVID-10 è ciò che stimoli gli attivisti della legalizzazione della cannabis.
Rajiv Kafle è un sopravvissuto all’HIV/AIDS e afferma che la marijuana è stata particolarmente efficace per le persone che vivono con l’HIV. Dice: “Gli ex consumatori di cocaina ed eroina che ora usano la cannabis sono ora più stabili, hanno una migliore qualità della vita e sono economicamente solidi”.
I precedenti farmaci anti-HIV come la didanosina e la stavudina hanno causato un effetto doloroso ai nervi, chiamato neuropatia arteriosa, come effetto collaterale. La cannabis si è dimostrata efficace nell’alleviare il dolore e nel trattamento dei sintomi causati dagli antiretrovirali più forti.
Nonostante ovvi benefici, la prescrizione di marijuana non è facile. Vi è uno stigma sociale associato all’uso dell’hashish perché è illegale. La legge del Nepal del 1976 consente l’uso medico della marijuana ma non esiste uno standard di prescrizione e i professionisti medici non sono istruiti a valutare dosi e quantità adeguate.

Il disegno di legge proposto in Parlamento consente alle famiglie di crescere senza autorizzazioni fino a sei piante di cannabis. Ciò significa che i pazienti che hanno bisogno di usare la marijuana possono facilmente far crescere la pianta da soli.

(articolo di Sonia Awale pubblicato su Nepal-Times del 09/07/2020)

Proibizionismo ‘costa’ 20mld. Di Battista pro cannabis

Proibizionismo ‘costa’ 20mld. Di Battista pro cannabis

‘Ma battaglia sia razionale’.Parlamentari M5S e +Europa a sit in

Si riaccende il dibattito sulla legalizzazione della cannabis in occasione della presentazione del Libro Bianco sulle Droghe che ha messo in evidenza come il ‘proibizionismo’ in Italia costa 20 miliardi di euro in mancate entrate per lo Stato. Ed è sull’onda di questi dati che oggi è andata in scena in Piazza Montecitorio la manifestazione ‘Io coltivo’, nel corso della quale la leader di +Europa Emma Bonino è tornata a indicare la legalizzazione come un colpo “finanziario a chi specula sul proibizionismo: legalizzare vuol dire mandare la mafia in bancarotta”. Al sit in erano presenti anche parlamentari M5S. E Alessandro Di Battista in un post ha invitato a fare la battaglia per la legalizzazione in modo “laico e razionale” evitando di farsi “i selfie con una canna in mano” ma sottolineando comunque che “la regolamentazione del mercato della cannabis produrrebbe un aumento del Pil tra 1,20% e il 2,34%”. Pro cannabis anche il deputato del M5s Aldo Penna che si riprende in video mentre coltiva semi di cannabis: “Non ha senso che il Testo unico delle droghe consideri illegale coltivare canapa in casa mentre una sentenza della Cassazione preveda che l’uso personale di hashish non sia sanzionabile”.

Francia, 200 euro di multa a chi fa uso di cannabis

Francia, 200 euro di multa a chi fa uso di cannabis

Il premier Casteux annuncia il sistema sanzionatorio per quanti vengono sorpresi a fare uso di droghe

 

Multe per chi viene trovato a fare uso di droghe, cannabis in particolare.

Dopo averlo più volte ipotizzato, ora la Francia ha deciso di introdurre il sistema sanzionatorio a partire dal prossimo settembre.

La misura è stata annunciata dal premier Jean Castex, nel corso di una visita a Nizza. Lo stesso Castex ha spiegato che si pensa a una sanzione di 200 euro, scontata a 150 in caso di pagamento entro 15 giorni.

Quanto alle ragioni del provvedimento, il governo spera che contribuisca ad arginare gli episodi di violenza che sono capitati negli ultimi giorni proprio a Nizza e non solo legate al consumo di sostanze stupefacenti.

“Voglio mettere fine alle violenze nella vita di tutti i giorni – ha detto Castex spiegando che la misura – semplificherà le procedure imponendo una pena senza ritardi”.

Già nel 2018 era stata proposta l’introduzione di multe per ridurre l’uso di droghe e il sistema – che rientra in una serie di provvedimenti che il governo vuole prendere per tutelare la sicurezza pubblica – è stato sperimentato nelle città di Rennes, Marsiglia, Lille, Créteil e Boissy-Saint-Léger.